massimo greco

 

Gli  Enti locali e le riforme della Regione Siciliana

 

 

 Il ruolo degli enti locali, nel corso degli anni 90’, è stato interessato da un processo riformatore di ampia portata, nel quale si sono sommati interventi di diverso oggetto e di varia natura (leggi ordinarie e modifiche costituzionali, leggi di delega e decreti legislativi, regolamenti, direttive ed altri atti legislativi ed amministrativi. Il decennio di riforme assume pertanto una direzione univoca, in cui le distinte stagioni del 1990/93 (con le leggi sul procedimento amministrativo, sulle autonomie, sull’elezione diretta degli amministratori locali) e del 1997/99 (semplificazione, riordino della P.A., decentramento amministrativo e sussidiarietà, elezione diretta dei Governatori delle Regioni) si compongono in un unico processo di modernizzazione del sistema amministrativo.

Le recenti modifiche apportate alla Costituzione hanno ribaltato i precedenti rapporti tra i vari livelli istituzionali, riconoscendo pari dignità istituzionale agli Enti locali rispetto allo Stato e alle Regioni. Il principio di sussidiarietà diventa il metro di misura unico per stabilire quale livello istituzionale risulta essere il più idoneo a garantire determinati interessi della collettività.

La rivoluzione istituzionale è tale da indurre il Governo ad esaminare nei prossimi giorni proposte di federalismo applicato al sistema italiano, come l’istituzione del Senato delle Autonomie locali e l’inserimento di rappresentanti delle Autonomie locali in seno alla Corte Costituzionale. Il processo pare non arrestarsi, ma in Sicilia si continua far finta di niente. L’unico elemento che fa pensare ad una riflessione in corso da parte della Regione Siciliana è rappresentato da un ordine del giorno datato 31/ottobre 2002, nel quale la Conferenza Regione - Autonomie locali avrebbe dovuto trattare l’attuazione del titolo V della Costituzione e l’istituzione del Consiglio Regionale delle Autonomie locali. A nulla è servita la due giorni di studio su tali questioni indetta dall’U.R.P.S. lo scorso 18 gennaio ad Agrigento, dalla quale è emersa la forte volontà delle Province regionali siciliane di respingere ogni forma di neo-centralismo regionale in luogo del superato centralismo statale. Che alla Regione Siciliana importa poco di riforme istituzionali, di federalismo, di decentramento amministrativo e di attuazione del titolo 5° della Costituzione, si comprende dalla quotidiana attività amministrativa del Governo regionale e da quella, ancora più grave, legislativa dell’A.R.S.. Ma anche da importanti strumenti di programmazione come il DPEF 2004/2006 o dalla bozza del nuovo Statuto autonomistico varata dalla competente commissione presieduta dall’On. Leanza. Uno Statuto che non spende una sola parola a favore dei nuovi poteri da riconoscere agli Enti locali. Figuriamoci se possiamo permetterci di pensare a forme di partecipazione degli Enti locali nei procedimenti legislativi o a forme di rappresentanza mista in seno all’A.R.S con rappresentanti degli Enti locali.

In attesa di un miracolo istituzionale che “svegli” la Regione Siciliana dal letargo in cui sembra essere caduta, ci accontentiamo di ottenere il riconoscimento di quello che già prevede la Costituzione a favore degli Enti locali. A tal fine occorre ricordare che il legislatore regionale deve conformarsi ai principi fissati dalla legge 142/90 (come recepita dal T.U. 267/2000) secondo cui le funzioni di Comuni e Province vanno definite in base agli “interessi comunali e provinciali in rapporto alle caratteristiche della popolazione e del territorio”. Il parametro che il legislatore regionale deve usare, al fine della identificazione delle funzioni che ”restano” nella titolarità della Regione, non è quello della salvaguardia delle attribuzioni dell’ente regionale, ma quello della cura di specifici interessi della regione in senso comunitario: si tratta non di interessi “propri” della persona giuridica-regione, ma propri della collettività regionale. Questo deve essere il compito e il dovere del legislatore siciliano: “realizzare un efficiente sistema delle autonomie locali al servizio dello sviluppo economico, sociale e civile” (articolo 3 comma 3° legge n° 142/90) e non un neocentralismo regionale”. Riusciranno i nostri Rappresentanti regionali ad accettare il disimpegno sulla gestione amministrativa a favore degli Enti locali? Riusciranno i nostri Rappresentanti regionali ad accettare un ruolo della Regione Siciliana basato solo sulla programmazione delle grandi linee strategiche per lo Sviluppo della Sicilia lasciando agli Enti locali la gestione dei fatti amministrativi?

   

 

                                                                                                                                                  

 Il Consigliere Provinciale

Enna, 20 settembre 2003

 Massimo Greco