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Il
convegno promosso dall’URPS non poteva essere celebrato in un periodo
più appropriato, infatti si colloca ad appena tre giorni
dall’approvazione della Costituzione Europea e nel bel mezzo del
dibattito sulle riforme costituzionali della Repubblica Italiana.
Bisogna riconoscere che il Presidente dell’URPS On. Lombardo ha saputo
interpretare lo stato d’animo delle Province Siciliane desiderose di
dare il proprio contributo nel dibattito sul Federalismo in generale e
sullo Statuto della Regione Siciliana in particolare. In uno scenario di
cambiamenti istituzionali che investono la Costituzione in più di 40
articoli è lecito l’interrogativo del Presidente della Provincia di Enna
circa la ragion d’essere dell’ente Provincia, così come è altrettanto
lecita la rivendicazione del Presidente Musotto di un ruolo di
coordinamento, di promozione dello sviluppo locale e di sostegno alle
politiche territoriali sovraccomunali che solo l’ente locale Provincia
può recitare. Ma una lettura fredda e scevra da interessi
sindacali/istituzionali nel difendere a tutti i costi le Province,
qualcosa bisogna dirla: le istituzioni pubbliche, da sempre, sono state
lo strumento che i popoli si sono dati, più o meno democraticamente, per
amministrare i propri interessi nel nome di un’identità in cui si
riconoscevano. Questa identità era l’insieme da più variabili, come la
lingua, il territorio, l’etnia, la religione, i fattori economici e
sociali ecc.. Oggi le Province così come i Comuni e come gli altri
livelli istituzionali (Regioni e Stato) non coincidono più con i confini
amministrativi a suo tempo delimitati. Se si ammette infatti che la
delimitazione geografica di un Comune o di una Provincia abbia avuto un
senso logico nella storia, non si può fare a meno di dire oggi, in un
sistema di mutamenti sociali ed economici così repentino, che le misure
delle attuali Istituzioni non sono più compatibili con i territori che
amministrano. Assistiamo infatti a fisiologiche forme di collaborazione
fra territori che superano sempre più spesso i confini regionali,
provinciali e comunali. Occorrerebbe quindi un’attenta opera di
“sartoria costituzionale” che renda più attuali i “vestiti” che
indossano i territori al fine di evitare che le Istituzioni possano
rappresentare le “camice di forza” delle proprie comunità. Tutto ciò non
è di facile soluzione, soprattutto in un clima privo di collaborazione
qual è quello che caratterizza il dibattito parlamentare, ma in Sicilia
si può tentare un ipotesi di sano trasversalismo politico, del resto,
quale argomento se non le riforme costituzionali necessitano di una
larga intesa politica. L’evento della revisione dello Statuto
rappresenta quindi per la Regione Siciliana l’occasione non per
rivendicare una specialità secolarizzata o un anacronistico autonomismo,
ma per dimostrare, intercettando altresì il dibattito in corso in Europa
e nel resto del Paese, un modello di sviluppo regionale basato su
un’innovativa intesa istituzionale tra Regione Siciliana ed Enti Locali.
Un’intesa istituzionale che faccia da “notaio” al più generale “patto”
tra le Istituzioni Siciliane ed i Siciliani. Solo con una carica
innovativa di tale portata, solo con la consapevolezza di ciò che
potrebbe rappresentare lo Statuto per la Sicilia, la Regione Siciliana
potrà ancora oggi, in un cotesto sempre più europeo e sempre più
mediterraneo, interpretare la tradizione e la specialità che merita.
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