massimo greco

 

Enti Locali e Federalismo

 

 Il convegno promosso dall’URPS non poteva essere celebrato in un periodo più appropriato, infatti si colloca ad appena tre giorni dall’approvazione della Costituzione Europea e nel bel mezzo del dibattito sulle riforme costituzionali della Repubblica Italiana. Bisogna riconoscere che il Presidente dell’URPS On. Lombardo ha saputo interpretare lo stato d’animo delle Province Siciliane desiderose di dare il proprio contributo nel dibattito sul Federalismo in generale e sullo Statuto della Regione Siciliana in particolare. In uno scenario di cambiamenti istituzionali che investono la Costituzione in più di 40 articoli è lecito l’interrogativo del Presidente della Provincia di Enna circa la ragion d’essere dell’ente Provincia, così come è altrettanto lecita la rivendicazione del Presidente Musotto di un ruolo di coordinamento, di promozione dello sviluppo locale e di sostegno alle politiche territoriali sovraccomunali che solo l’ente locale Provincia può recitare. Ma una lettura fredda e scevra da interessi sindacali/istituzionali nel difendere a tutti i costi le Province, qualcosa bisogna dirla: le istituzioni pubbliche, da sempre, sono state lo strumento che i popoli si sono dati, più o meno democraticamente, per amministrare i propri interessi nel nome di un’identità in cui si riconoscevano. Questa identità era l’insieme da più variabili, come la lingua, il territorio, l’etnia, la religione, i fattori economici e sociali ecc.. Oggi le Province così come i Comuni e come gli altri livelli istituzionali (Regioni e Stato) non coincidono più con i confini amministrativi a suo tempo delimitati. Se si ammette infatti che la delimitazione geografica di un Comune o di una Provincia abbia avuto un senso logico nella storia, non si può fare a meno di dire oggi, in un sistema di mutamenti sociali ed economici così repentino, che le misure delle attuali Istituzioni non sono più compatibili con i territori che amministrano. Assistiamo infatti a fisiologiche forme di collaborazione fra territori che superano sempre più spesso i confini regionali, provinciali e comunali. Occorrerebbe quindi un’attenta opera di “sartoria costituzionale” che renda più attuali i “vestiti” che indossano i territori al fine di evitare che le Istituzioni possano rappresentare le “camice di forza” delle proprie comunità. Tutto ciò non è di facile soluzione, soprattutto in un clima privo di collaborazione qual è quello che caratterizza il dibattito parlamentare, ma in Sicilia si può tentare un ipotesi di sano trasversalismo politico, del resto, quale argomento se non le riforme costituzionali necessitano di una larga intesa politica. L’evento della revisione dello Statuto rappresenta quindi per la Regione Siciliana l’occasione non per rivendicare una specialità secolarizzata o un anacronistico autonomismo, ma per dimostrare, intercettando altresì il dibattito in corso in Europa e nel resto del Paese, un modello di sviluppo regionale basato su un’innovativa intesa istituzionale tra Regione Siciliana ed Enti Locali. Un’intesa istituzionale che faccia da “notaio” al più generale “patto” tra le Istituzioni Siciliane ed i Siciliani. Solo con una carica innovativa di tale portata, solo con la consapevolezza di ciò che potrebbe rappresentare lo Statuto per la Sicilia, la Regione Siciliana potrà ancora oggi, in un cotesto sempre più europeo e sempre più mediterraneo, interpretare la tradizione e la specialità che merita.

 

03/11/2004  Massimo Greco
 

 

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